E’ partita lunedì 31 agosto la mia seconda missione del 2026 in Cambogia. Ancora una volta la parola d’ordine sarà Cambodia or Bust.

E’ il mio 18° viaggio in questa zona del sudest asiatico, il 16° in Cambogia e la 13^ missione a Domnak Chamboak.
Ma questa volta la missione è partita, come ho anche detto nella prima live su Facebook questo pomeriggio all’arrivo all’aeroporto di Phnom Penh, con tanti pensieri diversi in testa, tante riflessioni su recenti episodi e sulle dinamiche del progetto che mi hanno fatto tanto pensare.
Stiamo facendo tutto giusto? Dobbiamo cambiare, implementare, migliorare qualcosa?
Alla prima domanda rispondo dicendo che sicuramente dubbi lungo il percorso te ne vengono. Soprattutto quando ti confronti con altri che magari la pensano diversamente da te, che provengono da altri percorsi in altri continenti e che ti pungolano a fare le cose diversamente. Ma poi rifletti su quello che è stato realizzato in Italia sul fronte raccolta fondi e in Cambogia sul fronte operativo di realizzazione del progetto e di sua gestione, e forse chi ti suggerisce di cambiare il modo di gestire il tutto, non ha poi così ragione.
Mi è capitato recentemente, in accese discussioni, di ribadire il nostro modo di gestire il progetto, sempre con i piedi di piombo, senza voli pindarici, predicando trasparenza e razionalità di comportamento e di gestione. Mi veniva fatto capire, nemmeno troppo tra le righe, che eravamo un po’ dei dilettanti, che per “sfondare” e crescere, per dare una svolta al progetto, bisognerebbe rischiare di più.
Ma poi ho guardato indietro a questi 15 anni di attività dell’associazione e a questi 13 anni di operatività diretta in Cambogia e ho capito e ribadito ai miei interlocutori che il mio modo di gestire questo progetto, un passo alla volta, senza mai fare il passo più lungo della gamba, senza mai prendere rischi su quanto faticosamente raccolto, predicando ovunque la massima trasparenza, sia in Italia che in Cambogia, era quello che ci aveva consentito di arrivare sin qui e pertanto non c’era nessun motivo al mondo per cambiare il nostro approccio.
E poi, mentre voli in Cambogia, ti arriva via WhattsApp un messaggio vocale, di una amica, viaggiatrice e volontaria in varie parti del mondo, antropologa e scrittrice, che ti fa i complimenti per come tu con il tuo team gestisci il progetto, sottolineando proprio gli aspetti che tu ritieni fondanti per portarlo avanti e dicendoti apertis verbis che non è da tutti gestire le cose in questo modo.
E allora, al di là della svolta alla giornata che un tale messaggio ti dà, inizi a rincuorarti e a farti passare i dubbi che ti erano venuti.
Rimane la seconda domanda, alla quale è veramente difficile rispondere di no. Farlo vorrebbe dire pensare di essere perfetti. E noi, come credo tutti, non lo siamo di certo. Facciamo del nostro meglio, commettiamo i nostri errori, ma l’importante è fermarsi un attimo a riflettere, imparare dagli errori fatti e cercare di dare sempre quel pezzettino in più, quello sforzo in più per fare sempre un po’ meglio. Ci sono punti del nostro progetto che inseguiamo da anni, e che secondo me ancora non abbiamo raggiunto o perfezionato al meglio.
Passare da una logica di supporto, a una logica di insegnamento e implementazione delle capacità presenti in loco ad esempio. Portare il pane è sicuramente una buona cosa, ma insegnare a fare il pane si pone sicuramente su un altro livello. Vuol dire passare da una logica di gestione delle emergenze e di base assistenzialista, ad una logica di sviluppo umano e professionale che matura nel territorio e nella società e che dà strumenti ai tuoi beneficiari, che consentiranno loro di cavarsela anche quando tu non potrai esserci.
Forse sto volando troppo alto, forse sto pensando troppo. O forse sono le tante ore di questa lunga giornata partita a Mariano Comense lunedì mattina 31 agosto alle 7.30 quando è suonata la sveglia per la partenza e non ancora terminata adesso a Phnom Penh alle 23.30 di martedì 1 settembre.
E anche questo, come ormai uso dire, è Cambodia or Bust.
