Questo weekend sono da solo a Kampot. Come già scritto ieri, Sokkea ha dovuto rientrare a Phnom Penh per impegni familiari e il buon Silvio è al nord per fare un giro a Battambang e poi Siem Reap. Dovrebbe avere il volo di rientro in Italia, Via Bangkok e Monaco di Baviera, il 6 dicembre, se non ricordo male.
La mattina mi alzo con un po’ più di calma del solito, verso le 8.00 e vado a fare colazione all’usuale Coffee Today. Ormai le ragazze che servono lì al mattino, sempre le stesse due, mi conoscono.
Dopo colazione faccio un giretto per Kampot, scattando qualche foto qua e là quando vedo qualcosa di curioso, tipo un gruppo di bambini, direi tra i 5 e i 10 anni, che con caschi integrali in testa giocano a tirarsi delle scopettate in testa. Meno male che hanno il casco. La scena è abbastanza ridicola, perché i caschi sono assolutamente sproporzionati rispetto alle dimensioni del loro corpo, piccolo ed esile. Sembrano dei piccoli Transformers cambogiani.




Proseguo il giro e mi fermo da Brown Coffee, un nuovo locale che ha aperto oggi, e che una settimana fa praticamente non esisteva. È inserito in un bel contesto di una palazzina in stile liberty coloniale francese, proprio sul riverside. Con Silvio e Sokkea, abbiamo fatto la posta all’apertura del locale tutta settimana, ma ogni volta che ci avvicinavamo alla porta di ingresso, i ragazzi all’interno scuotendo la testo in un cortese NO ci dicevano che il locale non era ancora aperto. Oggi c’è la fila di giovani e di intere famiglie alla cassa e all’esterno del locale è un delirio di motorini e grosse auto e pickup parcheggiati. Ovviamente faccio un po’ di foto da mandare a Silvio, che da lunedì scorso aveva espresso il desiderio di andarci a prendere un caffè, lui campano di Procida, alla ricerca della tazzulella ‘e cafè.













Sono ormai le 10 e un quarto passate ed è ora di rientrare in albergo e dedicarsi ad un po’ di lavoro dell’ufficio. Tra una cosa e l’altra finisco che sono quasi le 14.30. Vado a pranzo in total relax e mi godo un bel Lok Lak, piatto di carne e riso molto gustoso e saporito. I primi giorni che ero qui, forse anche per i problemi di stomaco avuti in viaggio, non avevo una gran voglia di mangiare cambogiano, ma in questi ultimi giorni, benché lo stomaco non sia ancora completamente a posto, mi sto proprio gustando i piatti della cucina locale (anche se qualche giorno fa, per la prima volta da quando vengo in Cambogia ho dovuto mollare il colpo su un piatto cambogiano e lasciare lì una scodella di Red Curry soup, perché troppo piccante).




Sokkea mi ha suggerito, se ho tempo, di andare a vedere le grotte di Phnom Chngouk a una quindicina di chilometri da Kampot.
Mi metto in viaggio che sono le 15.30 passate da poco, impostando il mio telefono su Google Maps, e infilandolo sotto la molla dello scooter che serve per bloccare eventuali oggetti che trasporti tra il sedile e il manubrio. Sembra abbastanza sicuro. Comunque, visto che devo fare la strada che va verso Kep per un primo tratto e considerate le condizioni della strada, andrò con tutta calma.
Ieri sera a Kep è partito il Sea Festival e c’erano un sacco di militari già l’altro giorno quando siamo andati alla spiaggia con i bambini. Questa sera ci sarà la cerimonia inaugurale ufficiale e sembrerebbe dalle notizie di stampa locale, riprese da internet, che l’inaugurazione sarà fatta dal neo Primo Ministro Hun Maneth, successore del padre Hun Sen a seguito delle elezioni politiche della scorsa primavera. In Cambogia vige una monarchia costituzionale con il re Sihamoni, figlio e successore di Re Sihanouk, che svolge un ruolo di rappresentanza politica e istituzionale e promulga le leggi, con un ruolo non tanto distante da quello del nostro Presidente della Repubblica. Suo padre Sihanouk era considerato il Padre della Patria perché oltre ad aver vissuto da regnante il periodo che ha portato la Cambogia all’indipendenza dai Francesi nel 1953, era amatissimo dai cambogiani e ha regnato a lungo sul Paese, pur con alterne vicende, fino alla sua morte avvenuta in Cina nell’ottobre del 2012.
In Parlamento siede uno schieramento monocolore rappresentato di fatto dal Cambodia People Party di Hun Sen, prima, e di Hun Maneth oggi. Chissà quali novità saprà portare Maneth al suo popolo.
Mentre viaggio in direzione Kep, intravedo negli specchietti retrovisori che alle mie spalle sta arrivando un convoglio di auto scortate da veicoli militari e della polizia, e infatti quando mi sfrecciamo accanto vedo distintamente le targhe verdi Senate e State, oltre a quelle Rosse e Blu della RCAF, Royal Cambodian Armed Forces. Quindi allora è proprio vero che sta arrivando il Primo Ministro. Quasi quasi domani faccio un salto a vederlo questo Water Festival. Chissà se mi capiterà mai l’occasione di rivederlo.
Il navigatore mi suggerisce di prendere il bivio a sinistra che svolta fuori dalla National Road 33 e porta verso il Secret Lake. Solo che dopo qualche chilometro in direzione del lago, invece che proseguire diritto in direzione est, si svolta a sinistra verso nord. Da Kampot alle grotte sono circa 13 km e circa 30 minuti di moto. La strada dalla svolta a sinistra è molto sconnessa e cerco di evitare i buchi più grossi da una parte e di superare i camion che mi trovo davanti per evitare di essere ricoperto di terra. Ad un certo punto vedo negli specchietti arrivare di gran carriera un camion enorme che solleva dietro di sé una colonna di polvere. Devo assolutamente evitare che mi sorpassi perché altrimenti mi tira giallo. Accelero sbalzando di qua e di là sulle sconnessioni della strada, che sembrano dei canali trasversali rispetto al senso di marcia. Certo che in questo momento sto rimpiangendo di non avere preso la moto da fuoristrada che avevo lo scorso anno. Poi per fortuna la strada spiana e il fondo diventa migliore, finché arrivo ad un cartello che mi indica dritto di fronte a me il sito archeologico pre-angkoreano di Phnom Kbal Romeas e a sinistra la strada per proseguire per Phnom Chngouk. Intanto proseguo per le grotte, poi magari al ritorno mi fermo anche qui (errore di valutazione sul tempo necessario ad andare alle grotte, visitarle e tornare, atteso che si riesca a trovare la via del ritorno per la stessa strada).
Arrivo a destinazione alle 16.15 passate, quindi i tempi di trasferimento sono già passati dai 30 minuti di Google Maps ai 45 minuti effettivi per le condizioni della strada. Le grotte si trovano all’interno di una collinetta, come spesso accade in Cambogia (così a Phnom Sosear, e idem a Kampong Trach) in una zona abbastanza isolata.




Ci sono due ragazzi. Uno mi chiama per parcheggiare la moto e mi promette che gli darà lui un’occhiata, buon modo per guadagnare qualche Riel standosene seduto esattamente dove l’ho trovato. L’altro mi indica l’ingresso alle grotte e si offre di farmi da guida. Andiamo e attraversiamo un ponticello in legno dall’aspetto per niente rassicurante, assolutamente necessario fare attenzione a dove si mettono i piedi. Sugli alberi posti all’ingresso ci sono diverse scimmie che saltano rapide da un ramo all’altro. Adulti e piccoli che non faccio in tempo a puntare la fotocamera e già sono spariti nel fogliame.





Dapprima si sale lungo una scalinata con 200 gradini. A metà scalinata un punto panoramico con una bella vista sulla vallata. Arrivati in cima si inizia a scendere, sempre lungo una scala di gradini di dimensioni completamente variabili, alcuni alti, altri bassi, alcuni larghi e profondi altri che a malapena hanno lo spazio per un piede non cambogiano.
All’ingresso della grotta delle rocce che richiamano la forma di un piccolo e di un grande elefante. Poco più in là una roccia che richiama la forma di una tartaruga e poi scendendo si arriva ad un tempietto che dovrebbe risalire all’800 d.c. che ospita un linga che appare ben conservato sotto una enorme stalattite che gli pende sopra.
La mia guida mi porta verso il fondo della grotta e si sentono svolazzare gruppi di pipistrelli. O mamma tutta qui la grotta; è già finita. Manco per sogno. Mi fa vedere un pertugio di accesso alla parte inferiore della grotta dove si scende di diversi metri. Mi affaccio e faccio per seguirlo, ma tra la mia stazza e lo zaino che porto sulle spalle non c’è verso che mi convinca ad infilarmi in quel buco. Sarà per un’altra vita. Non ho voglia di rischiare di rompermi l’osso del collo in un buco oscuro. Quello che ho visto mi basta.














Ma il ragazzo non demorde. Proviamo un’altra entrata, più facile, mi dice lo ……. (mi viene un termine napoletano usato in modo scherzoso da Silvio, per definire uno che ti fa divertenti, per lui, scherzi. Silvio riderà quando leggerà questo pezzo e dirà di sicuro la fatidica parola. Eh Eh Eh).
All’ingresso della seconda parte della grotta il ragazzo mi fa notare una roccia che richiama la forma della testa di una mucca. All’inizio l’accesso sembra abbastanza semplice, ma dopo un po’ che camminiamo in piano, il percorso cambia direzione e scende in verticale. Il ragazzo mi dice come e dove spostare le mie mani e i miei piedi per gli appoggi, ma alcuni passaggi per una persona della mia stazza e, lasciatemi dire, della mia età, non sono proprio banali. Lui invece saltella da una roccia all’altra come una ballerina del Bolscioi o come uno stambecco nel parco dello Stelvio (ogni riferimento alle corna dello stambecco è ovviamente puramente casuale).







Continuiamo a scendere fino al fondo della grotta, non ho idea di quanti metri, ma anche se fossero 5 a me sembrano un’infinità. Certo che, se qui metto male un piede, senza nessuna protezione o caschetto o altro, sono davvero dolori e mi faccio davvero male. Sul fondo della grotta un piccolo laghetto naturale che raccoglie credo le acque piovane che filtrano nelle rocce e negli incavi tra le rocce.
Ma dato che “what goes down must come up”, ribaltando il detto inglese “what goes up must come down”, adesso che siamo arrivati al fondo della grotta tocca risalire sulle rocce che a me paiono sempre più scivolose, pericolose e scomode da aggredire. E intanto sto sudando come un cammello. Sto sudando davvero a catinelle e devo togliermi gli occhiali perché il sudore che mi cola dalla fronte mi ostacola completamente la visione. Appoggiati qua, metti il piede là, spingi su, issati su. Mi sembra di essere nella scenetta di Aldo Giovanni e Giacomo che vanno in montagna. Infila il piede in quella roccia a forma di vertebra di moffetta. Turnica. E dì girati per Dio.
Adesso rido. Ma quando ero lì non è che ridessi troppo. Ero talmente indaffarato a cercare di non fracassarmi qualche osso, se non la testa (a parte la craniata che ho dato ad una stalattite), che non mi sono fatto fare neppure una foto dalla mia guida ad imperituro ricordo di questa ineguagliabile avventura che ha messo fine a tutte le mie velleità speleologiche.
Finalmente si intravede uno spiraglio di luce. Stiamo arrivando all’uscita della grotta posta sul lato opposto dell’entrata e alla base della collina stessa. Ancora un ultimo sforzo e un ultimo balzo atletico, che fa spaventare anche la mia fedele guida e siamo fuori. Appena accanto all’uscita un piccolo bacino di acqua pulita nella quale il mio accompagnatore va a lavarsi le mani e la faccio. Io intanto posso letteralmente strizzare la mia maglietta.






Partenza dalla base della collina alle 16.12. Salita, poi discesa ed entrata nella prima parte della grotta dove c’era il tempietto alle 16.18. Ingresso nella parte impegnativa della grotta alle 16.27 e uscita alla base della collina alle 16.45. I 18 minuti più lunghi della mia vita. Ma sono soddisfatto di averlo fatto, adesso che la mia testa e le mie articolazioni sono ancora sane e in salvo.
Mi merito un po’ di rifocillamento all’immancabile barettino. Lo gestisce una giovane ed elegante signora che mi sollecita a pagare perché il bar chiude. Deve andare a Kep con il marito e il figlioletto a vedere il Sea Festival.
Pago, finisco di bere, saldo la mia guida e il mio parcheggiatore di fiducia (unica moto parcheggiata la mia), per la modica cifra di 5 dollari per la guida, 5000 Riel (1,25 dollari) come costo dell’entrata alla grotta e 2000 Riel (0,50 dollari) per la custodia e parcheggio. Ragionevole, direbbe l’amico Sokkea.
All’orizzonte in direzione Kep si vedono dei gran nuvoloni. Un paio di selfie con i miei accompagnatori e scappo via prima di prendermi un acquazzone tropicale stile Agosto 2022.


Ovviamente non mi funziona internet e quindi niente navigatore. Cerco di fare la stessa strada dell’andata e fino ad un certo punto sono convinto di avere imbroccato la via giusta, ma guardando bene il paesaggio e gli edifici non mi sembrano quelli visti all’andata. E infatti quando finalmente il mio telefono si riconnette alla rete realizzo di essere sulla via alternativa per il rientro a Kampot. Poco male, è un poco più lunga ma dallo sterrato si sbuca sulla National Road 3 che arriva da Phnom Penh ed entra a Kampot da nord ovest, quella, per intenderci, che abbiamo fatto lunedì scorso in auto venendo dalla capitale.


Qui la strada è ottima, al contrario di quella che da Kampot porta verso Kep, e vado via veloce fino all’ingresso in città. Prima cosa da fare una bella doccia per togliersi di dosso la sudata e rilassarsi un po’. E Poi via a mangiare. Questa sera ottimi Fried Rice Noodles. Me li gusto proprio.
Poi a sera rimango su fino alla 1.45 per smaltire gli arretrati di lavoro e del diario di missione. Eh, si.
Anche questo è Cambodia or bust.
