Oggi ultimo giorno di festività per il Water Festival e Centro ancora chiuso. Quindi giornata dedicata alle home visits.
Per colazione andiamo a ritrovare il mio barettino preferito, che fa un ottimo cappuccio e di fronte ha una panetteria pasticceria artigianale che fa delle ottime brioche e dolciumi vari. Coffee Today questo il nome del posto. Qualche anno fa, quando venni per la prima volta a stare a Kampot, era di proprietà di un signore Libanese simpaticissimo. Ed infatti alle pareti è ancora appeso qualche quadro con scritte in arabo.
Partiamo di buonora e alle 9 siamo già alla prima casa. Sokkea vuole mostrarmi una situazione particolarmente critica. Mamma giovane con due bimbe di 8 anni e 5 anni e una piccolina di 2 mesi. Le due bimbe più grandi sono state inserite al Centro da metà novembre. Anche Barbara, la nostra amica che ha voluto venire qui a salutare la bambina che lei e sua mamma sostengono, è stata qui ed è rimasta molto colpita dalla situazione.
La casa è fatta di lamiera. Un unico ambiente in cui c’è un angolo per cucinare, due panconi per i genitori e i figli, il ricovero per un motorino prestato da un vicino. E in più la piccolina ha una bruttissima ernia ombelicale che ovviamente non stanno curando perché non hanno soldi per portare la bambina all’ospedale. Sokkea è riuscito a convincere i genitori a portarla al Sonya Kill Hospital di Kampot, il nostro ospedale di riferimento. Copriremo le spese di trasporto (a dire la verità si è già fatto avanti un donatore che vuole dare tale contributo) e poi sulla base di quello che diranno i dottori si deciderà il da farsi, con eventuale supporto delle spese mediche necessarie.
Con Silvio commentiamo che queste sono le situazioni più dure da vedere. Nonostante ne abbia viste ormai tante, non ci si abitua mai, io dico per fortuna perché se ci abituassimo sarebbe come metabolizzare e dare per accettata tutta questa incredibile e ingiusta povertà.
Nel frattempo sono arrivati altri bambini, incuriositi dalla nostra presenza. Silvio ha portato dei vestiti e decidiamo di distribuirne un po’ qui. I bimbi dapprima un po’ timidi, prendono poi a provare i capi che Sokkea suggerisce loro. Ognuno riceve qualcosa. Un vestitino per le bimbe. Una maglia per i bimbi. Un pantaloncino per i più piccoli. “Okun, loak Kruu” “Grazie, Maestro”. Le vocine sono un filo sottile ma basta guardarli negli occhi per vedere la loro felicità per quello che hanno ricevuto.
Con il primo fardello nel cuore alleviato da questi sorrisi ci muoviamo oltre. E’ adesso il turno del nostro Sakorn, 8 anni che frequenterà quest’anno (dal 1 dicembre) la terza primaria. Lo troviamo con la mamma e il fratellino di 4 anni. Il papà lavora come security guard in un resort a Rabbit Island, l’isoletta che sta di fronte a Kep a circa mezz’ora di barca a motore. La famiglia non ha una casa propria e vive nella casa della nonna materna.
Sotto la casa in legno intravvediamo un’amaca. Mi avvicino e dentro c’è un piccolino di qualche mese. Un bambolotto. Bellissimo. Sakorn e suo fratello Monkuol non perdono l’occasione di mettersi in posa per fare una bella foto con il più piccolo della famiglia. Dolcemente spingono avanti e indietro l’amaca con il piccolo fardello del fratellino. Ancora qualche foto in compagnia e poi è già ora di spostarsi per un’altra visita.











Cerchiamo Paovchou, uno dei nostri piccolini, ma non c’è ci dicono i vicini. Non appena arriviamo ci si fa intorno un gruppo di persone piuttosto folto. E all’improvviso appare questa bimba vestita in un pigiamino giallo. Magra magra. Il viso quasi scavato. Fa fatica a parlare. Per lei parla la nonna. Si chiama Sievmean. Ha 8 o 9 anni, non è chiaro. Ci dicono che non va a scuola. Non ci è mai andata.
La madre, adesso purtroppo non c’è più, aveva grossi problemi di alcool. Quando ha partorito all’ospedale di Sihanoukville la bimba è nata prematura di 7 mesi. I medici erano talmente convinti che sarebbe morta nel giro di qualche giorno che avevano mandato a casa i genitori senza nemmeno compilare il certificato di nascita. E ancora adesso che la bambina ha 8 o 9 anni, non ha il certificato di nascita. Siamo senza parole.
Le prendo la manina nella mia e lei dolcemente la stringe. Ha le unghie smaltate. Piccolo vezzo di una bimba che dalla vita ha avuto veramente poco. Ci guarda con i suoi occhioni e i nostri cuori sono a pezzi. Ne ho viste e sentite in questi anni, ma che i medici potessero talmente dare per spacciata questa bimba da non degnarsi nemmeno di dare un certificato di nascita è davvero troppo oltre ogni possibile pensiero.
Arriva il papà e Sokkea inizia un dialogo fitto fitto, che in realtà è un monologo perché il papà con gli occhi tristi e lo sguardo basso ascolta solamente senza rispondere se non un vago “si” ai suggerimenti di Sokkea. Che gli sta dicendo che deve andare dal capo del villaggio per farsi fare il certificato di nascita. Che deve andare a iscrivere la bambina a scuola e lo deve fare in fretta perché il 1 dicembre iniziamo le lezioni. Se il direttore della scuola dovesse sollevare problemi interverrà Sokkea per spiegare la situazione e dare una mano a convincere all’accettazione dell’iscrizione.
Invita il papà e la nonna a portare domani al nostro Centro la bambina, dato che faremo un pranzo insieme a tutti i nostri bimbi. Vuole vedere cime Sievmean reagisce a stare in mezzo a tanti altri piccoli come lei.
Nel frattempo è arrivata la nonna di Paovchou, appoggiata ad una stampella, perché le manca una gamba. Ci dirà più tardi che la perse saltando su una mina antiuomo nei primi anni ’90. Il solito maledetto problema delle mine qui in Cambogia. Durante il periodo della guerra del Vietnam e poi del regime di Pol Pot prima e della Guerra Civile dopo l’invasione vietnamita del 1979, furono sparse mine ovunque. Ancora oggi, in particolare nelle zone del nord ex roccaforti dei Khmer Rossi fino alla fine degli anni ’90, ci sono gruppi di sminatori che lavorano ininterrottamente per riuscire a bonificare tutto il territorio.
Sokkea fa le ultime raccomandazioni al papà e alla nonna di Sievmean. Sono ormai passate le 11.30 e dobbiamo proseguire. Il pensiero di questa bimba ci rimarrà acceso tutto il giorno e anche nei giorni successivi.


Ci muoviamo verso la casa di Kimsieng, che a dire la verità è da un po’ che ci segue. A casa c’è il papà con i due fratellini di 7 e 4 anni e una piccolina di 3 mesi. Kimsieng ha adesso 11 anni e andrà in 5^ primaria. La famiglia vive in una piccola casetta in muratura, molto decorosa anche se con spazi piuttosto limitati. Kimsieng ci chiede di avere delle foto del suo sponsor e le promettiamo di fargliele avere al più presto. Questi bimbi apprezzano sempre poter visualizzare chi li sta supportando.
Dopo le foto ormai di rito, ci incamminiamo verso la casa di Khemara. Lei ci accoglie con un gran sorriso. E’ una bimba solare davvero. Quando abbiamo deciso di inserirla nel programma di sostegno a distanza, ci aveva colpito la sua storia perché lei vive con la nonna, perché i genitori sono a Sihanoukville a lavorare. La nonna, che lavora alla pagoda a dare una mano e fare da mangiare per i monaci, porta a casa quello che avanza dal pasto dei monaci per sé e per Khemara.
Khemara è un trottolino di 11 anni che si appresta a frequentare il 5° anno della scuola primaria. Con lei c’è anche la sorella più piccola Khanha (si pronuncia Kagnà) vispa e incapace di stare ferma un secondo. Khemarà sembra una bimba tranquilla e molto serena, nonostante tutto e davvero ti chiedi come riescano ad esserlo con tutte le difficoltà che devono superare. Ci accompagna alla casa di Mey Mey, la nostra prossima tappa.
Ma lungo la strada una faccia familiare. Passiamo accanto alla casa di Sreyleak, una delle nostre studentesse universitarie, coetanea di Theara che adesso lavora per noi e ci accompagna in queste visite. E’ bello riabbracciare i nostri studenti. Dopo una breve chiacchierata proseguiamo e incontriamo Mey Mey.
Lei aveva uno sponsor israeliano che purtroppo ha lasciato il programma di sostegno. Dopo l’arrivo di un volontario da Israele, che conosceva Sokkea, abbiamo avuto l’avvio di diversi sostegni a distanza da quel Paese. Il sostegno di Mey Mey è venuto meno nel corso del 2022 e grazie ad una cara amica che vive e lavora tra Milano e Roma, siamo riusciti a evitare di interrompere la sua permanenza nel nostro programma di sostegno. Ci mostra fiera le foto ricevute dai suoi sostenitori. E’ molto quieta e timida. Quando parla lo fa, come peraltro molti bambini, soprattutto ai primi contatti, con un filo di voce che per me è quasi impercettibile.
La mamma lavora in una fabbrica di scarpe a Kampong Trach, sulla strada che va verso Phnom Penh. Il padre lavora saltuariamente con un macchinario per il taglio degli alberi. Quindi è lui che accudisce i bambini (oltre a Mey Mey, 2 fratellini di 3 e 5 anni). E quando lo chiamano a fare dei lavori, spesso si porta appresso i due piccolini non avendo a chi affidarli. Immediatamente il pensiero va al nostro kindergarten del mattino che accoglie i bambini più piccoli per dare un supporto ai genitori che devono lavorare e non sanno a chi affidarli.
Salutiamo dopo le foto e ci avviamo verso il nostro Centro. Ma mentre passiamo accanto ad una casa sulla strada Sokkea si ferma da una signora che sta cucinando una specie di pancake su un fuoco alimentato dalla legna. Assaggiamo. Buono. E poi quasi per caso ci rendiamo conto che lì accanto c’è un’altra delle nostre ragazze. Con un bimbo piccolino in braccio, non l’avevamo riconosciuta la nostra Mouyhour, una delle nostre mascotte quando era piccolina. Ormai ha 15 anni e quest’anno frequenterà la classe 10, quindi la high school. Sua mamma, seduta lì accanto, tratti quasi più vietnamiti che cambogiani, è giovanissima, ha solo 33 anni. Oltre a Mouyhour ha un’altra femmina di 13 anni e un piccolino di 1 anno che è quello che Mouyhour sta coccolando. La mamma ci dice che aveva avuto un altro maschietto prima di questo, ma è morto a causa di una febbre altissima che lo ha colpito. Lo avevano portato a Phnom Penh al Kantha Bopha Hospital, unico ospedale gratuito per i cambogiani, ma dopo due mesi era mancato.
Sul Kantha Bopha Hospital io ho già espresso varie volte le mie perplessità. Finanziato da sostenitori svizzeri (mi è capitato qualche anno fa di vedere sull’Economist una pagina intera dedicata ai ringraziamenti di questi sostenitori), è un ospedale riservato esclusivamente ai cambogiani, che sono (a quanto ne so io) gli unici che vi possono entrare. Gli occidentali non possono accedere. E avere una cartella clinica o una qualsiasi spiegazione sulle cure, sulle diagnosi o altro è praticamente impossibile. Igino Brian anni addietro mi raccontò delle sue disavventure con il Kanta Bopha, dove aveva portato uno dei bimbi dei suoi collaboratori. Quando uno dei nostri bambini, Socheat, colpito da un attacco di meningite, fu portato al Kanta Bopha a Phnom Penh, una delle raccomandazioni che facemmo al padre che lo assisteva fu quella di non perdere mai di vista il figlio e di chiedere informazioni su qualsiasi terapia gli fosse data. Socheat sopravvisse, nonostante la fortissima febbre dovuta alla meningite, anche se con qualche danno non banale ad una gamba, che lo costrinse a portare un sostegno ortopedico per lungo tempo (ancora oggi zoppica leggermente). Quando sento il nome di quel posto in tutta sincerità mi viene la pelle d’oca, per non dire di peggio.
Facciamo le foto anche con Mouyhour e la sua famigliola e salutiamo tutti. Ormai si è fatta ora di pranzo. Sono passate le 13.30.
Lungo la strada la nostra attenzione viene attirata da grida e risate di bambini, che saltano e si tuffano in un piccolo stagno a lato della strada. Appena mi affaccio “Hello teacher”. Sono alcuni dei nostri bambini. Riconosco Phearom. Con loro c’è anche uno dei giovani monaci che stanno nella pagoda di Phnom Sosear, appena lì sopra. “Chumriaplia” “Arrivederci”. “Chuap Knia nou salaa tnai saaik”. “Ci vediamo alla scuola domani”.
















Raggiungiamo il piccolo ristorante di campagna che da un paio d’anni è stato costruito a poca distanza dal nostro Centro, sulla strada che porta alla casa della mia Kemheng. Mentre aspettiamo di essere serviti arriva un’altra delle nostre bimbe, Soksalin. E’ cresciuta tantissimo, ma ha mantenuto i suoi bellissimi lineamenti infantili.


Pranzo a base di noodles e carne. Innaffiati con abbondante BooStrong, una energy drink che ha la caratteristica di mettere in palio lattine gratuite se trovi il giusto segno sotto la linguetta. Ma stavolta la fortuna non mi assiste e non vinco niente. Lo scorso anno mi era capitato di vincerne 4 in fila. Poi dici che uno muore di infarto all’improvviso; con tutte quelle energy drink saltavo come un grillo.
Nel pomeriggio andiamo a fare visita alla mia Kemheng, una delle due ragazze che abbiamo sostenuto come famiglia sin dall’inizio del progetto. Kemheng è stata la prima proprio sin dai primi mesi della partenza del progetto nel 2013. Lei è di una timidezza quasi imbarazzante. Mi abbraccia ma quanto a parlare non riesce quasi a tirare fuori una parola. Per le parla Hour, sua sorella maggiore che è anche insegnante di inglese nel nostro Centro. Mi spiega che vorrebbe andare all’università a Phnom Penh e cercare di entrare a Medicina. Se non dovesse riuscire in questa prima scelta l’alternativa sarebbe Infermieristica qui a Kampot. Kemheng non ha mai avuto problemi di studio. Parlava anche un discreto inglese, ma adesso sembra averlo perso quasi del tutto sia nel parlare che nel comprendere.
Mentre stiamo salutando per venire via arriva Mr. To, come lo abbiamo sempre chiamato. Il nostro primo responsabile del Centro. Lui era il volontario del Don Bosco che fu trovato da Sokkea di domenica sotto la pagoda di Phnom Sosear ad insegnare inglese al primo nucleo di circa 50 bambini. E fu quello il punto da cui partì il progetto che oggi è il nostro Centro. Adesso To è sposato ed ha un figlio di poco meno di un anno.







Salutiamo tutti dandoci appuntamento a domani per il pranzo tutti insieme. Ormai manca poco alle 17 ed è ora di prepararsi a rientrare. Rifare la strada fino a Kampot con il buio come ieri sera è un’emozione della quale facciamo volentieri a meno. Oggi almeno ci siamo coperti a dovere per difenderci da tutta la terra e la polvere che si alza dalla strada sterrata al passaggio dell’abbondante traffico.
Chumriaplia, arrivederci. E anche questo è …….. cosa sarà? …….. Cambodia or bust, ormai dovreste saperlo
