Cambodia or bust 19 Novembre 2024 / Cambodia or bust 19 November 2024

Secondo giorno di missione con le home visits a spron battuto.

Sveglia alle 7. Colazione alle 7.30. Partenza per il Centro alle 8.30 con il tuk tuk e arrivo tra i saluti dei bambini, che ci aspettano sorridenti, circa alle 9.

Obiettivo prioritario in questi primi giorni di missione le home visits. Io avevo mandato una lista con 32 home visits da fare nei 10 giorni lavorativi a disposizione, e poi Sokkea e le ragazze dello staff hanno inserito altre situazioni da verificare.

La prima home visit della giornata è dedicata proprio a uno di questi casi, nella parte del villaggio che sta al di là della statale Kampot-Kep. C’è una famiglia con tre gemelli di 5 anni d’età, che non è ancora inserita nel nostro programma.

L’accesso alla casa è abbastanza angusto. Ci si passa a piedi e giusto con un motorino o una bicicletta. La casa è la tipica casa cambogiana su palafitte e fatta in parte di legno e in parte di foglie. I bambini sono molto vivaci e scorazzano qua e là. Uno dei tre non ne vuole sapere di venire da noi e viene letteralmente portato di peso dalla nonna, strillando come un disperato. Nessuno dei tre, nonostante i cinque anni di età, parla. Sicuramente stare in mezzo agli altri bambini sarà un grande stimolo per loro. Abbiamo visto quello che è successo con la piccola adorabile Sievmean (o Sreymean, non si riesce mai bene a capire quale è il nome corretto, dato che i cambogiani usano diverse versioni per lo stesso nome).

Sokkea esamina tutti i documenti di nascita dei bambini, per la successiva registrazione anche ai fini dell’inserimento nel nostro progetto. Sicuramente questi tre bimbi saranno messi in priorità per il Sostegno a Distanza. Nel frattempo noi, dopo aver chiesto il permesso di farlo, saliamo a vedere l’interno della casa. Cammino con attenzione cercando di appoggiare il peso sui traversini in legno che sorreggono il pavimento, che appare sottile e non sicura per il mio peso. La scaletta di accesso è davvero ripida. Casa davvero molto essenziale. Copertura in eternit. Un pancone. Le mosquito net. Una lampadina. Uno spazio unico per tutta la famiglia. Muovendomi sento le sottili assi che si piegano sotto il mio peso. Poi quando viene il momento di scendere realizzo che dall’alto la scaletta di accesso appare ancora più ripida che in salita. E allora, anche per evitare di volare, scendo in retromarcia dando il fonte alla scala e attaccandomi al supporto della scala.

La nonna di 70 anni è indaffarata da una parte a tenere controllati i piccolini, mentre la mamma parla con noi, e il cane di casa dall’altra parte.

Grazia e Seila aiutano Theara e Sokkea a distribuire un po’ di pezzi di abbigliamento che abbiamo portato dall’Italia. Intanto la nonna ritorna con il terzo gemellino che piange disperato e quando chiedo a Sokkea perché piange, mi spiega che è spaventato di noi e ha paura che siamo qui per portarlo via. Ma anche lui pian piano si calma. La consegna di una maglietta che Sokkea gli appoggia sulla spalla lo calma quel tanto da farlo smettere di piangere, anche se ci guarda ancora con un po’ di sospetto.

Intanto saltano fuori le scarpine portate da Grazia, grazie alla donazione di un bimbo di nome Pietro, che ha donato le sue scarpe per i nostri bambini. Un po’ inaspettatamente le scarpine riscuotono un successo clamoroso.

I bambini verranno inseriti tra i Center Children, ma in priorità per il Sostegno a Distanza, perché la famiglia ha davvero bisogno di aiuto. Il padre lavora con i pescatori a pulire le reti da pesca, mentre la madre è a casa a curare i bambini.

La prova delle scarpe prosegue. Segnalo alla nonna che sta infilando al bambino un paio di Crogs al contrario. La distribuzione di vestiti e scarpe è davvero apprezzata.

Non possiamo fare a meno di notare la struttura minuta dei bambini, che a cinque anni, rispetto agli standard italiani ne dimostrano non più di tre. La mamma ha 36 anni, quindi li ha avuti abbastanza tardi per gli standard cambogiani, a 31 anni. Il papà ha invece 40 anni.

I bimbi, dopo aver ricevuto ciascuno vari pezzi di abbigliamento, sono tranquilli. Uno è affidato alla nonna e due sono affidati alla cura della madre. E’ la prima volta che incontriamo il caso di tre gemelli. Al Centro c’è un’altra coppia di bambini che sono gemelli, ma tre non ci era mai capitato.

Prima di salutare questa famiglia facciamo un po’ di foto con la famiglia. Chuap Knia Nou Salaa Rien raboh yeng. Ci vediamo alla nostra scuola. Vediamo se riusciamo in tempi rapidi a procurare gli sponsor per questi bambini per supportare loro e la famiglia.

Sulla strada del ritorno verso il Centro, ormai quasi a mezzogiorno, ci fermiamo al piccolo mercato di strada che sta proprio alla svolta della strada che esce dal villaggio sulla statale Kampot-Kep, vicino all’infermeria del villaggio, poco distante da dove lo scorso anno ho avuto il mio piccolo inconveniente in moto.

Mangiamo qualche piccola banana e osserviamo la preparazione delle banane fritte. La signora che le sta preparando le appiattisce e poi le immerge in una pastella fatta di farina di riso, zucchero di palma, sesamo e cocco, prima di immergerle nell’olio bollente con un apposito cucchiaio allungato.

Mentre osserviamo la frittura delle banane mi viene presentata la zia di Muong Theara, la ragazza che era supportata dalla nostra jane Hartley.

Mentre io assaggio la banana fritta, molto dolce, ma gradevole, Grazie e Seila vengono attratti dalla canna da zucchero e dalla macchina che serve per spremerla e ricavarne il succo dolce, che viene utilizzato come bevanda rinfrescante. Grazia vuole provare a spremere la canna da zucchero. Dopo qualche difficoltà iniziale, finalmente la spremitura riesce perfettamente. Abbiamo trovato un nuovo lavoro per Grazia. Salvo che finisca per triturare anche un dito insieme alla canna da zucchero.

Grazia sta già pensando a trasferirsi qui in Cambogia, e manda messaggi abbastanza chiari a chi sta dall’altra parte del mondo e ci guarda nella live. Io non c’è bisogno che mi ripeta sul fatto che se appena appena fosse possibile vivrei almeno una parte dell’anno qui in Cambogia, in particolare a Kampot.

Ora di andare per la prossima visita alla casa di Somaly e Phoeurn, sorella e fratellino che hanno perso la mamma da qualche mese. Sokkea ha da consegnare ancora un po’ di generi alimentari acquistati con il supporto delle sostenitrici a distanza, Anna e Barbara, madre e figlia. Barbara era stata qui o scorso anno (ci eravamo dati il cambio a Malpensa, dato che lei era di ritorno lo stesso giorno della mia partenza il 24 novembre 2023) e si è letteralmente innamorata del piccolino Phoeurn, del quale è diventata sostenitrice, dopo che mamma Anna aveva preso il sostegno della sorella maggiore Somaly.

La casa è proprio sulla strada del rientro al nostro Centro, lungo la strada di accesso al villaggio, leggermente all’indentro e non affacciata direttamente sulla strada. L’accesso è stretto e consente il passaggio giusto di una bicicletta o un motorino tra una casa e l’altra, ma la casa è una bella casa in muratura ben costruita. Sokkea poi ci spiegherà che questo non deve trarre in inganno sulla situazione della famiglia, perché la malattia della mamma ha drenato tutte le risorse economiche della famiglia, per cui hanno la casa e basta, hanno pochi soldi per gestire le esigenze della famiglia e anche per loro la vita è complicata.

Veniamo accolti dalla nonna dei bambini, con una grande sorriso. E’ una bellissima donna, elegante e molto curata, veramente molto diversa dalle nonne che di solito troviamo nel villaggio. Non sembra davvero una donna cresciuta nelle campagne. La pelle non è sciupata come per la maggior parte delle persone oltre i 60 anni qui. Lei è molto curata in ogni particolare e ha delle bellissime mani ben curate. Grazia mi fa notare (le donne hanno sempre più spirito di osservazione di noi uomini) tutti questi particolari.

Io mi avvicino alla tettoia esterna della casa, dove c’è uno spazio per lo stoccaggio di materiali, e nell’entrare prendo male le misure andando a prendere una sonora capocciata contro la lamiera tagliente del tetto. Per fortuna ho la testa dura e prendo solo la craniata senza tagliarmi. Mi ci mancherebbe giusto di tornare a trovare i miei amici medici dell’ospedale Sonja Kill di Kampot, con la testa aperta in due da una lamiera. Già dato lo scorso anno.

C’è anche la sorella della mamma, venuta a vivere qui dopo che lei è mancata. Ha con sé i bambini di una terza sorella che lavora a Bavet, in una fabbrica di abbigliamento sportivo di uno dei marchi più famosi al mondo. Sia lei che la sorella sono rimaste vedove molto presto.

Veniamo a sapere che il papà di Somaly e Phourn è via per un paio di settimane. La nonna ce lo dice con le lacrime agli occhi. Sicuramente sente il peso della situazione, ma soprattutto ci spiega che non ha capito questo allontanamento non previsto del papà dei bimbi e soprattutto non ne ha ricevuto spiegazioni. E’ un momento non semplice per questa famigliola.

Anche qui, oltre ai generi alimentari, distribuiamo vestiti ai bambini. Tutti contenti, ma quello che ne esce alla grande è il piccolo Phoeurn, che quando stiamo venendo via è vestito da vero gentleman con un pantaloncino giallo e una bella giacca blu che lo rendono ancora più bello di quello che è già anche in pigiama. Sembra davvero soddisfatto e orgoglioso del suo nuovo abbigliamento e delle scarpine che Grazia gli ha donato. Un vero piccolo fotomodello. Carinissimo.

Anche Somaly, per tutto il tempo molto seria, ci accenna un bel sorriso ed è un sollievo per me vederla sorridere. Non riesco ad immaginare quanto questa bimba si senta responsabilizzata per la crescita del fratello, che peraltro le è molto legato e affezionato. Grazia ha tentato di prenderlo in braccio e lui subito ha cercato la sorella.

Rientriamo al Centro e andiamo a pranzo in un ristorantino vicino al monumento del cavallo bianco, dove la strada Kampot-Kep si divide in due e verso destra va a Kep, mentre verso sinistra va verso il Vietnam, e svoltando a nord verso Kompong Trach e poi verso Phnom Penh.

Dopo pranzo riunione con lo staff. Non c’è teacher Ry Changour, che dopo il matrimonio è andata a raggiungere il marito nella provincia di Kampong Chang, e poi manca teacher Houn che aveva un impegno oggi. Ci sono quindi Channa, la direttrice del nostro Centro, Theara, Titlika e Kimhean (le nostre ex studentesse cresciute con noi e che adesso fanno parte dello staff), la maestra Neang Thim, il maestro Sokhun, e la nostra signora delle pulizie. Ovviamente oltre a Sokkea, me, Grazia e Seila. Approfittiamo dell’incontro per presentare Seila e Grazia e io vengo invitato, come ormai usuale, a dire qualche parola allo staff. Cerco di trasmettere la riconoscenza per il loro lavoro e di spiegare quello che la nostra attività è stata nel corso del 2024. Poi tocca a loro presentarsi, nel loro inglese molto basico e con qualche difficoltà dovuta anche alla timidezza e alla scarsa abitudine a parlare di fronte a un gruppo.

Dopo il meeting Theara ci richiama alla sua attenzione per la prima home visit, alla casa di Pros Khemara e della sorellina Kanha. Usciamo con tre moto. Theara porta Grazia e io porto Seila e con noi c’è anche Sokkea. Iniziamo a riprendere confidenza con le strade del villaggio. Quando passiamo di fronte alla Namiko Primary School, di fronte alla pagoda di Phnom Sosear, i bambini mi salutano gridando il mio nome “Hello Franco”. Sembra ieri che sono stato qui ed  già passato un anno.

Quando arriviamo, Khemara è a casa da sola. E’ cresciuta tantissimo ed è stupenda con i suoi lunghi capelli e i bellissimi lineamenti del viso. Le portiamo i regali inviati dai suoi sponsor e gli occhi le si illuminano. E’ contentissima. Ce n’è anche per la sorellina Kanha, che in questo momento è a scuola. Khemara è una ragazzina davvero stupenda e dolce. Oggi è rimasta a casa da scuola perché non sta tanto bene. Problemi di pancia, abbastanza tipici da queste parti, e anche febbre e mal di gola, malanni di stagione anche per loro.

Riesce a malapena a dire qualche parola, mi appare molto emozionata sia per avere incontrato noi, con i nuovi amici (per lei) Seila e Grazia, sia per i regali ricevuti che l’hanno lasciata letteralmente a senza parole. Durante la live che stiamo facendo su Facebook, riesco perlomeno a farle fare un saluto e un ringraziamento per la sua sponsor Rossella e il marito.

Quando giro la telecamera appare un bellissimo sorriso. Non riesco a capacitarmi di quanto sia cresciuta e di quanto sia bella, con i dolci lineamenti del viso e i capelli neri e lunghissimi. Lo scorso anno, quando mi ha conosciuto, si è subito affezionata e mi ha seguito per tutta la missione ogni volta che ero a portata di mano. Adesso frequenta la quinta classe della scuola primaria.

Mentre siamo con lei, arriva anche la nonna. Era andata a prendere le medicine per Khemara, ma quando ci ha visto arrivare è tornata sui suoi passi per venire a salutarci. Mi parla per spiegarmelo, ma devo ricorrere all’aiuto di Sokkea per la traduzione. Le spiego che parlo un po’ khmer, ma per capirlo lo capisco sicuramente meno di quanto lo parlo. Mi sorride divertita.

Man mano che passano i minuti Khemara riprende confidenza e riesco a farle fare un saluto in diretta per Rossella, la sua sponsor con un bel “Ly Hai Rossella”, “Ciao Rossella”.

Anche qui distribuiamo abbigliamento. Grazia e Theara, insieme a Khemara verificano taglie e gusti per consegnare abiti sia per Khemera che per la piccola Kanha.

Tempo di andare. Foto e un abbraccio. “Srolain, srolain, srolain” “Ti voglio bene”.  “Chuap knia sa’aik Khemara” “Ci vediamo domani Khemara”.

La prossima home visit è alla casa di Maen Vanry, 11 anni. Frequenta la quinta classe della scuola primaria. Bimbetta tranquilla. Ha un fratellino di 15 mesi. Arriviamo alla casa e ci sono Vanry, la mamma e il piccolino.

Dopo un po’ arriva una figura anziana piegata letteralmente in due. E’ la nonna materna, 82 anni, che era andata a tagliare un po’ di erba. Fatica a reggersi in piedi, ma non rinuncia a fare qualche lavoretto. Ha il volto molto segnato dai lunghi anni passati nelle campagne, ma due occhi chiari e profondi.

In quegli occhi vedo tanta storia e tanta conoscenza delle cose della Cambogia. Mi viene da chiederle di quando nel villaggio regnava il potere dei Khmer Rossi. Quando Sokkea glielo chiede per me, non ha esitazioni o ritrosie. I Khmer rossi la facevano lavorare a scavare fossati e costruire dighe per l’irrigazione e la produzione agricola. La vita era molto pesante. Ha trrasportato tante ceste e secchi di terra fino a spezzarsi la schiena e a rimanere piegata in due come è ancora oggi. Nessuna pietà per le persone da parte dei Khmer Rossi, solo lavoro per l’Angkar, la misteriosa organizzazione che dominava la Cambogia sotto il governo dell’ancor più misterioso Pol Pot (pseudonimo di Saloth Sar) il leader cresciuto politicamente tra i comunisti francesi che voleva riportare la Cambogia all’anno zero, ad un’economia puramente rurale e ad una struttura sociale che prevedesse solo contadini, tanto che la popolazione cambogiana fu divisa ad un certo punto in cittadini di primo livello, i contadini, e di secondo livello, da rieducare, i cittadini e i borghesi.

Mentre racconta la sua esperienza, la nonna non mi guarda negli occhi, il suo sguardo è fissato in un punto lontano, quasi guardasse nel vuoto, nel facile sforzo di ricordare quello che è indimenticabile perché ha segnato in modo permanente la sua vita. Aveva 33 anni quando i Khmer Rossi salirono definitivamente al potere nell’aprile 1975 con la conquista di Phnom Penh e la sua successiva immediata evacuazione forzata. Ma nelle campagne era da anni che i Khmer Rossi avevano instaurato il loro regime rurale e del terrore.

Ringrazio commosso la nonna e le stringo la mano in segno di rispetto. E’ sempre incredibilmente emozionante sentire i racconti dalla viva voce delle persone che quel dramma hanno vissuto ed è sempre incredibile constatare quanto ancora chiaro sia il ricordo di chi l’ha vissuto e quanto profondo quello che è successo abbia scavato nella coscienza di queste persone.

Anche qui distribuiamo abiti e mentre siamo intenti a trovare qualcosa per Vanry e suo fratellino, dal nulla sbucano almeno  altri 10 bambini. La piccola Sophavty non dice nulla, ma si percepisce la sua preoccupazione che con tutte queste distribuzioni non rimanga nulla per lei. Allora Sokkea le appoggia sulle spalle un paio di pantaloncini e una maglietta e, magia magia, ecco sbucare un bellissimo sorriso di sollievo.

Ma è ora di andare perché la piccola Sophavty è decisamente in ritardo nel rientrare a casa, e infatti si incammina prima di noi, anche perché ormai non siamo lontani da casa sua.

Quando arriviamo ci accoglie una energica signora con in mano un minaccioso bastone. Il tono della sua voce è abbastanza alterato o sembra tale. Per qualche momento abbiamo avuto il dubbio che ci volesse prendere a scudisciate con il ramo tenuto a mò di frusta. Era giustamente preoccupata non vedendo arrivare la piccola Sophavty.

Il cortile della casa è pieno di cani di varie taglie e varie età. Dai cuccioli appena nati a un gruppo di cuccioli un pochino più cresciuto e poi a tutti i cani adulti che ci circondano. Ci sono talmente tanti cuccioli che bisogna fare attenzione a dove si mettono i piedi perché si rischia di calpestarne qualcuno.

Ormai si avvicina il calare del sole e siamo alle ultime attività. Insieme a Sophavty c’è in cortile anche un altro ragazzino di una famiglia vicina. La sua famiglia è molto povera e la nonna di Sophavty ha “prestato” loro un appezzamento di terreno lì di fronte dove la famiglia ha costruito una casa. Sono vicini di casa di Kao Lina, che infatti arriva a salutarci. Il ragazzino ha 13 anni e frequenta la seconda elementare. In famiglia ci sono problemi di alcoolismo del padre e sicuramente questo non aiuta la vita e l’economia domestica, né l’educazione dei figli.

La nonna di Sophavty ci chiede di intervenire in aiuto del ragazzo e di inserirlo nel nostro programma e Sokkea si prende un attimo di tempo per fare le verifiche del caso prima del suo possibile inserimento.

Sophavty sta appiccicata a Seila che non le fa mancare le coccole e gli abbracci. Molto spesso questi bimbi sono molto timidi all’inizio, ma una volta che iniziano a conoscere le persone diventano dei coccoloni.

Foto di rito, è ormai quasi buio. E poi via sulle nostre moto per tornare al Centro e poi in tuk tuk fino a Kampot.

E anche questo, come sempre, è Cambodia or bust.